Aggiornato il 26 de Giugno de 2026 da Adrián Escobar Morales
Se utilizzi da tempo il salto verticale come strumento di valutazione e monitoraggio, conosci bene il RSI (indice di forza reattiva). Da anni è la metrica di riferimento per valutare la capacità reattiva di un atleta in esercizi come il drop jump. Ma ha un problema che ogni allenatore finisce per notare in pratica: non tutti gli RSI elevati hanno lo stesso significato.
Un atleta può ottenere un RSI elevato semplicemente perché ha un tempo di contatto molto breve, anche se l’altezza del suo salto è mediocre. Un altro potrebbe avere un RSI moderato con una combinazione davvero efficiente di contatto e altezza. Quale dei due utilizza meglio il ciclo di allungamento-accorciamento? L’RSI non sempre ti distingue.
Nel gennaio 2026, il ricercatore Lance Christian Brooks, della Bridgewater State University (USA), ha pubblicato uno studio sul Giornale europeo di scienze dello sport proponendo un’alternativa più solida: il DRI (indice di rimbalzo dinamico). Lo studio ha già accumulato più di 5.000 letture e 2.800 download, il che dà un’idea dell’interesse che ha suscitato nella comunità scientifica e applicata.
Índice
- 1 Il ciclo di allungamento-accorciamento: cosa valutiamo veramente
- 2 L’RSI: utile ma con un punto cieco importante
- 3 Il DRI: cosa cambia e perché è importante
- 4 Cosa ha scoperto lo studio Brooks: i risultati principali
- 5 Quale differenza pratica c’è tra l’utilizzo di RSI e DRI
- 6 Quando usare l’RSI e quando usare il DRI?
- 7 Come calcolare il DRI con i dati ADR Jumping
- 8 Conclusione
- 9 Letteratura
Il ciclo di allungamento-accorciamento: cosa valutiamo veramente
Prima di parlare di metriche è importante avere ben chiaro cosa vogliamo misurare. Lui ciclo di allungamento-accorciamento (SSC) È la capacità del sistema muscolotendineo di immagazzinare energia elastica durante la fase eccentrica (atterraggio) e di rilasciarla in modo rapido ed efficiente nella fase concentrica (decollo).
Questa capacità è essenziale in qualsiasi sport che preveda salti, sprint, cambi di direzione o azioni esplosive. L’atleta che sfrutta al meglio l’SSC non ha bisogno di attivare più muscoli, ma di attivarli meglio e più velocemente, sfruttando l’energia già immagazzinata nei tendini e negli elementi elastici.
Il problema è che la SSC non può essere misurata direttamente. Abbiamo bisogno di un indicatore – un proxy – che ci dica indirettamente quanto bene l’atleta lo sta utilizzando. Sia l’RSI che il DRI sono proprio questo: delegati dell’SSC. La domanda è quale lo rappresenta meglio.
L’RSI: utile ma con un punto cieco importante
L’RSI si calcola dividendo il altezza del salto tra il tempo di contatto:
RSI = altezza del salto (m) / tempo di contatto (s)
Il suo grande vantaggio è la semplicità: con due variabili facili da misurare si ottiene un numero che dà un’idea della capacità reattiva dell’atleta. Ecco perché è diventato così popolare. Ma lo studio di Brooks (2026) identifica precisamente tre limiti strutturali che spiegano perché quel numero può essere fuorviante.
1. Incompatibilità dimensionale
L’altezza divisa per il tempo produce unità di velocità (m/s), ma l’RSI viene interpretato come un indice di prestazione adimensionale. Questa incoerenza non è un dettaglio di poco conto: significa che l’indice non rappresenta una proprietà fisica ben definita. È un rapporto arbitrario tra due grandezze che non dovrebbero essere correlate in quel modo.
2. Ipersensibilità al tempo di contatto
Poiché il tempo di contatto è al denominatore, valori molto piccoli attivano l’RSI in modo sproporzionato. Un atleta che tocca il suolo per un breve periodo, anche se si rialza a malapena, può ottenere un RSI molto alto. Brooks lo dimostra chiaramente: l’RSI premia rigidità articolare senza un’efficace produzione di lavoro meccanico, che non è la stessa cosa di un SSC efficiente.
3. Ignorare completamente l’altezza di caduta
Nel salto in caduta l’atleta cade da una certa altezza prima di saltare. Questa caduta impone una richiesta eccentrica specifica: maggiore è, maggiore è l’energia che il sistema muscolotendineo deve assorbire e invertire. L’RSI lo ignora completamente: valuta un salto in caduta da 20 cm come se fosse da 50 cm, come se la sfida meccanica fosse identica. Secondo lo studio, le superfici RSI lo sono identico indipendentemente dall’altezza di caduta, confermando questa insensibilità.
Il DRI: cosa cambia e perché è importante
Lui Indice di rimbalzo dinamico (DRI) nasce da una domanda fondamentale posta da Brooks: come esprimere la prestazione nell’SSC rispettando le leggi cinematiche del movimento verticale?
La risposta parte da una relazione fisica di base: lo spostamento sotto accelerazione costante scala con il piazza del tempo, non in modo lineare. In base a ciò il DRI è definito come:
DRI = (h_salto + h_caduta) / (g × t_contatto²)
Dove:
- h_salta = altezza del salto (metri)
- h_caduta = altezza di caduta nel salto in caduta (metri; zero in CMJ)
- G = accelerazione gravitazionale (9,81 m/s²)
- t_contatto = tempo di contatto (secondi)
A prima vista sembra più complesso dell’RSI, ma la sua logica è elegante. Ogni termine ha un ruolo specifico.
Il numeratore: la domanda di viaggio totale
Il termine h_salto + h_caduta riflette lo spostamento verticale totale che l’atleta deve gestire in quel salto in caduta. Non conta solo dove sale, ma anche da dove viene. Un atleta che cade da 40 cm e si rialza di 30 cm deve gestire 70 cm di spostamento totale – e il DRI lo riconosce. L’RSI vede solo il rialzo di 30 cm.
Il denominatore: tempo correttamente scalato
In fisica, lo spostamento sotto accelerazione costante è proporzionale al quadrato del tempo. Il DRI incorpora g × t_contatto² al denominatore, rispettando questa relazione. Ciò significa che tempi di contatto molto brevi senza spostamento corrispondente non gonfiano artificialmente l’indice. Il DRI richiede che se il contatto è breve, anche lo spostamento totale sia proporzionalmente grande.
Davvero senza dimensioni
Il numeratore ha unità di metri e così anche il denominatore (g × t² = m/s² × s² = m). Il risultato è un numero puro, senza unità. Ciò rende il DRI comparabile tra atleti, tra sessioni e tra studi in modo rigoroso, cosa che l’RSI non consente.
Cosa ha scoperto lo studio Brooks: i risultati principali
Brooks ha valutato il comportamento di entrambi gli indici utilizzando modelli computazionali che coprivano intervalli rappresentativi di tempo di contatto (0,10-0,30 s), altezza di salto (0,10-1,00 m) e altezza di caduta (0,20-0,50 m). I risultati sono stati coerenti in tutte le analisi:
- Le superfici RSI erano identiche per tutte le altezze di caduta: l’indice è completamente insensibile alla domanda eccentrica, indipendentemente dall’altezza da cui cade l’atleta.
- Le superfici DRI sono cambiate sistematicamente con l’altezza di caduta: maggiore è la caduta, maggiore è la portata e la curvatura, riflettendo il reale aumento della domanda meccanica.
- L’RSI ha assegnato valori elevati ai rimbalzi rigidi a basso spostamento — contatti molto brevi con altezza di salto bassa hanno ottenuto un RSI elevato. Il DRI ha mantenuto valori bassi in quelle stesse condizioni.
- La DRI distingue tra strategie “rigide” e strategie “efficaci”.: aumentava solo quando brevi contatti erano accompagnati da grandi spostamenti totali.
La conclusione dello studio è chiara: il DRI mantiene la semplicità di misurazione dell’RSI – stesse variabili di campo, senza la necessità di nuova strumentazione – ma offre una rappresentazione meccanicamente coerente dell’SSC.
Quale differenza pratica c’è tra l’utilizzo di RSI e DRI
Immaginiamo due atleti che eseguono un salto in caduta da 40 cm:
- Atleta A: tempo di contatto 0,16 s, altezza salto 18 cm.
- Atleta B: tempo di contatto 0,22 s, altezza salto 32 cm.
Con l’RSI, l’atleta A ottiene un valore più alto (0,18/0,16 = 1,13 vs 0,32/0,22 = 1,45 — in questo caso B vince, ma se A avesse 0,12 s di contatto con soli 15 cm di altezza, il suo RSI sarebbe 1,25, superando B). Con il DRI l’atleta B è sempre meglio valorizzato perché genera uno spostamento totale maggiore in rapporto al quadrato del tempo di contatto, considerata la sollecitazione della caduta.
Dalla meccanica del movimento, l’atleta B assorbe più energia dalla caduta e la converte in altezza di salto in modo più efficiente. La DRI lo riconosce costantemente; l’RSI potrebbe non dipendere dai tempi di contatto.
Questa differenza ha implicazioni dirette nella pratica:
- Classificazione e selezione degli atleti: La classifica può cambiare a seconda dell’indice utilizzato. Un atleta che appare reattivo con la RSI può essere meno efficiente con il DRI se la sua capacità reattiva si basa sulla rigidità piuttosto che sulla produzione effettiva di spostamento.
- Progressione del carico nella pliometria: Se utilizzi l’RSI per decidere quando aumentare l’altezza di caduta, potresti fare affidamento su un parametro che non riflette accuratamente l’effettiva capacità dell’atleta di gestire quella richiesta eccentrica aggiuntiva.
- Monitoraggio della fatica: Il DRI può essere più sensibile ai cambiamenti effettivi della funzione neuromuscolare perché non viene distorto da piccole variazioni nel tempo di contatto.
Quando usare l’RSI e quando usare il DRI?
| Situazione | RSI | DRI |
|---|---|---|
| CMJ o salti senza atterraggio preliminare | Valido | Equivalente (h_fall = 0) |
| Salti con altezza di caduta variabile | Limitato: ignora il rilascio | Raccomandato |
| Confronta atleti con tempi di contatto molto diversi | Rischio di parzialità | Più affidabile |
| Monitoraggio rapido sessione per sessione | Valido per semplicità | Valido con più contesto |
| Valutazione pliometrica avanzata | Insufficiente | Raccomandato |
Per i salti senza caduta (CMJ, SJ), DRI e RSI convergono perché h_drop è zero. La vera differenza si vede nei salti in caduta, che sono proprio quelli in cui l’SSC viene valutato in modo più specifico.
Come calcolare il DRI con i dati ADR Jumping
Il DRI necessita di tre variabili: altezza del salto, tempo di contatto E altezza di caduta. I primi due sono misurati da ADR Jumping automaticamente ad ogni salto e vengono registrati nell’app ADR System. La terza, l’altezza di caduta, viene definita dall’utente durante la configurazione del protocollo.
Con queste tre informazioni, la formula in un foglio di calcolo è:
DRI = (h_salto + h_caduta) / (9,81 × t_contatto²)
Un esempio concreto: salto in caduta da 40 cm (0,40 m), altezza salto 0,30 m, tempo di contatto 0,22 s:
DRI = (0,30 + 0,40) / (9,81 × 0,22²)
DRI = 0,70 / (9,81 × 0,0484)
DRI = 0,70/0,4748
DRI ≈ 1,47
Brooks nota inoltre che il DRI può essere calcolato in tre modi diversi: dal tempo di contatto e dall’altezza del salto, dal tempo di volo o dai dati della piattaforma di forza, rendendolo compatibile con diversi tipi di strumentazione senza la necessità di modificare il protocollo.
Conclusione
L’RSI è stata per anni la migliore opzione disponibile per quantificare la capacità reattiva nel salto. È comunque utile, soprattutto per i salti senza caduta e per il monitoraggio rapido dove la semplicità è una priorità. Ma lo studio di Brooks (2026) dimostra rigorosamente che, nell’ambito dell’allenamento pliometrico con drop jump, l’RSI presenta limiti strutturali che possono portare a interpretazioni errate: premia contatti brevi senza un’efficace produzione di lavoro meccanico e ignora completamente la richiesta eccentrica della caduta.
Il DRI risolve questi problemi senza aggiungere complessità alla misurazione – stesse variabili, formula diversa – e offre una rappresentazione che rispetta le leggi fisiche del movimento verticale. Non si tratta di aggiungere un altro parametro, ma piuttosto di assicurarsi che il numero utilizzato per prendere decisioni sulla formazione rifletta ciò che pensi stia riflettendo.
Letteratura
Los siguientes estudios respaldan los datos y conclusiones de este artículo sobre el DRI y la evaluación del ciclo de estiramiento-acortamiento:
- Brooks, L.C. (2026). A Unified Mechanical Framework for Evaluating Stretch–Shortening Cycle Function. European Journal of Sport Sciences, 5(1), 1–10. Vedi studio →
- Flanagan, E.P. & Comyns, T.M. (2008). The use of contact time and the reactive strength index to optimize fast stretch-shortening cycle training. Strength and Conditioning Journal, 30(5), 32–38. Vedi studio →
- Healy, R., Kenny, I.C. & Harrison, A.J. (2018). Reactive strength index: A poor indicator of reactive strength? International Journal of Sports Physiology and Performance, 13(6), 802–809. Vedi studio →



